ANTICO GIUOCO DEL PALLONE

ANTICO GIUOCO DEL PALLONE

È nel Cinquecento che il gioco, pur con etnogenesi greco-romane, assumerà una fisionomia che con qualche trasformazione conserverà fino all'Ottocento, epoca d'oro di tale pratica ludica. A testimonianza della fama che il gioco ed i giocatori ebbero nel XIX secolo, sono gli scritti ad essi dedicati da autori italiani e stranieri.




Le origini e la storia. Il gioco nell'orizzonte nazionale
Se nel Cinquecento era esercizio dei nobili nel chiuso delle loro corti, durante il Sei e Settecento il gioco si trasferisce sulle piazze e per le vie diventando man mano passatempo anche per i ceti borghesi e popolari.
La pratica è così diffusa nell'Ottocento da richiedere una vera e propria regolamentazione da parte delle amministrazioni cittadine. È nel corso di questo secolo, infatti, che ad essa vengono consacrate arene appositamente adibite allo scopo, rinominate nel Novecento "sferisteri". Nell'Ottocento preunitario risultavano attivi una cinquantina di sferisteri dislocati nell'Italia centro settentrionale. Poco diffuso nel Lazio e quasi assente nel Mezzogiorno, il gioco si diffuse specialmente in Toscana, Piemonte,  Liguria e Lombardia, con un primato assoluto, in epoca preunitaria, dei territori pontifici.

Le regole
La spettacolarità che il gioco aveva insita, dovuto alla prestanza fisica dei giocatori e alla potenza richiesta a questi, indussero, tra la fine del Settecento e gli inizi dell'Ottocento ad alcune modifiche delle regole per aumentarne il livello.
Sul campo, diviso a metà, si disponevano i giocatori suddivisi in due squadre, ognuna delle quali era composta da tre elementi: il battitore (il ruolo più prestigioso), la spalla ed il terzino. Quest'ultimo si poneva al centro della propria metà campo, sul fondo la spalla con a fianco il battitore. Sulla linea divisoria stava il "cacciarolo", ovvero colui che chiamava i punti, insieme ad un membro della giuria. Al segnale del cacciarolo, il battitore scendeva di slancio dal piano inclinato posto sul fondo del campo per battere la palla che gli veniva lanciata dal "mandarino": il lanciatore per entrambe le squadre. La squadra avversaria rispondeva al lancio o al volo, o dopo un rimbalzo della palla. La partita si concludeva raggiunto il numero di giochi o il tempo in precedenza concordati.

Il gioco a Bagnacavallo
Quando nel settembre del 1828 Bagnacavallo venne innalzata al grado di città, si tennero, nei giorni dedicati alla tradizionale solennità di San Michele, numerose manifestazioni tra le quali «un gioco di Pallone nella nuova arena, e corsa di cavalli nella strada maestra». Da alcune fonti, tuttavia, risulta che il gioco fosse presente a Bagnacavallo già dal 1711.
La disponibilità di un campo di gioco fra i più belli e funzionali fa ben presto di Bagnacavallo un piazza ambita per i più grandi campioni e consente l’affermarsi di giocatori locali di altissimo livello, in grado di confrontarsi ad armi pari con i migliori del loro tempo.

Lo sferisterio di Bagnacavallo
Nella prima metà del ‘700 il luogo riservato al gioco del pallone era sotto le mura nei pressi di Porta San Domenico, dov'è oggi Largo Alcide De Gasperi. Si ha notizia che ancor prima si gareggiava nello spazio antistante Palazzo Folicaldi, a sinistra di Porta Superiore. Dall'inizio dell'800 giocatori e appassionati utilizzarono lo spazio sotto le mura, nei pressi di Porta Pieve, noto come "la fossa delle Monache" perché attiguo al convento di Santa Chiara. E’ tuttavia facile immaginare che come in altre città grandi e piccole si giocasse ovunque ci fosse uno spazio libero: per strada, nelle piazze e in grandi cortili.
Con l’affermarsi del gioco quale spettacolo amato e seguito da un numero crescente di persone appartenenti a tutti i ceti sociali, si rese necessaria la costruzione di un apposito impianto (vedi qui le immagini storiche) che, oltre ad un idoneo terreno e ad un alto muro, comprendesse anche gradinate e spazi per il pubblico. La Magistratura del tempo decise la sua definitiva ubicazione a fianco di Porta Pieve, chiamata allora di San Pietro.
Progettato dall’ingegnere comunale Luigi Dorna e realizzato negli anni 1823-24, il piano di gioco era fiancheggiato da un elegante e monumentale muro in mattoni, lungo mt 88,60 e alto mt 10,40 e dello spessore di 45 cm con contrafforti per conferirgli maggiore stabilità e resistenza. Il collaudo avvenne il 5 gennaio 1825. Un violento uragano scatenatosi poco dopo le ore 13 del 7 settembre 1873 ne provocò il crollo. Il ripristino nel suo aspetto originario consentì per altri decenni lo svolgimento di sfide memorabili con in campo i più grandi
atleti del pallone. Il muro subì un altro crollo - dovuto ancora una volta ad un vento di eccezionale forza, ma anche alle precarie condizioni delle fondamenta e, si disse, a errati interventi di manutenzione - il 19 aprile 1964. Scompariva così quello che nel tempo era diventato un elemento caratterizzante il panorama urbano della città, muto testimone dell’epoca d’oro del gioco del pallone a bracciale e delle passioni dei bagnacavallesi per i loro campioni.

La ricerca storica è a cura di Patrizia Carroli (archivio storico Bagnacavallo).





Ultimo aggiornamento: 22/06/2016 (Redazione di Bagnacavallo)

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